mercoledì 6 luglio 2016

CORTI#7 - The heart of the world



Che poi, alla fine dei conti, non è affatto facile parlare di un corto di 6 minuti tutto incentrato sulla grandezza della narrazione (grandezza inteso come possibilità di) e sulla capacità di un certo tipo di cinema di esaltarne gli aspetti più puramente caratteristici; non è per niente semplice perché la figura in questione è Guy Maddin, qui già trattato con The forbidden room, nella cui recensione avevo iniziato esponendo gli stessi problemi di difficoltà di parola, di elaborazione, di pronuncia, e come fare quando la storia si ripete?




Comunque, saltato a piè pari un preambolo stupidamente meta-maddiniano, partiamo dalle cose importanti, cioè la musica: che grandezza, che magnificenza il pezzo di Sviridov "Time, Forward!", già suite musicale per l'omonimo film sovietico (presumo irrecuperabile), a suo modo epico, a suo modo incredibilmente idoneo per il montaggio che Maddin dona al suo The Heart of the World. Ovverosia quello del cinema muto anni '20, quello sovietico e quello espressionista tedesco, cos'altro? E quindi riferimenti a Metropolis, a Vampyr, a Aelita, ma senza nessun intento parodico (o almeno così mi è sembrato), riuscendo comunque a risultare ironico e divertito-divertente. C'è poi un riferimento a un oscuro film di Abel Gance, La fin du monde, così dice IMDB, ma non saprei aggiungere altro; quello che posso, sicuramente, dire è che l'omaggio presumo sia assolutamente sincero (inteso a tutto il mondo anniventiano sopra descritto), sentito, quasi come dovuto, per permettere al numero maggiore di persone di ampliare il proprio vocabolario cinematografico e conoscere, amare, ridere, insomma il cinema! (e ci ritorneremo.) La storia, che è fondamentale, narra di due fratelli innamorati della stessa donna e della difficoltà di questa nello scegliere; l'arrivo di un affarista ricchissimo la metterà in crisi, così come l'incredibile scoperta che la fine del mondo dista solo un giorno. Insomma, un melodramma classico (inteso come vecchio, inteso come agli albori delle possibilità di cinema) in salsa sci-fi, in salsa Maddin. Ed è proprio la storia (e forse Storia del cinema) a distinguerlo da numerosi corti precedenti, quasi bozze, quasi ampliamenti di un discorso fatto precedentemente o prossimo al completamento.




La durata delle scene è nettamente inferiore ai 2 secondi, spesso anche al secondo, in un continuo susseguirsi di immagini per cui una sola visione di The heart of the world non è assolutamente sufficiente; gli effetti che donano al corto di Guy Maddin una patina antica sono convincenti e, soprattutto, efficienti (una enorme serie di layers che racchiudono, dilatano, sfocano, mettono grana, inseriscono movimento, tolgono profondità, sporcano, mescolano). Non ricordo dove, ho letto che The heart of the world è stato realizzato come riempimento per il Toronto Film Festival del 2000; è giusto (ed anche un po' romantico) rintracciare in questo aneddoto i semi di quello che è, alla fine dei conti, il messaggio dell'opera: è il cinema che salverà il mondo quando questo impazzirà, il cinema, cos'altro? E tutto proseguirà come è normale che sia, nella direzione abituale. Grande, grande pellicola di Maddin, non a caso il suo corto più famoso, non a caso quello più incensato da pubblico e critica; e poi, finire con un cameraman che toglie l'occhio dall'obiettivo (occhio che dà il via alla pellicola, eh, non dimentichiamolo) e guarda in camera vuol dire solo una cosa: avete visto il cinema, e ora andate e predicate a tutti il verbo, firmato Guy Maddin, e la pellicola finisce. Boom.

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