Non ha bisogno di strutture e sovrastrutture, o spiegazioni non necessarie; L'Enfant non vive di interpretazioni secondarie, metafore, insegnamenti. È difficile essere dio e, spesso, ancora più difficile non intervenire, negare l'esistenza di un organo di controllo. La meravigliosa camera a mano dei fratelli belgi, loro marchio di fabbrica, segue lo sprofondare nell'abisso di un uomo bambino, forse il vero bambino del titolo, ma è, quasi, una forzatura, un'attribuzione incompleta. La storia, intesa come evoluzione narrativa, mi ha ricordato molto i primi due capitoli della Trilogie Noir di Leo Malet, l'assenza di speranza, la necessarietà del destino, l'obbligo di fare la scelta sbagliata.